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Ordini provinciali degli psicologi: perché fondarli? - Coordinamento Italiano Professionisti della Relazione d'Aiuto
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di Anna Barracco

Recentemente (gennaio 2014)  si sono svolte le elezioni per il rinnovo dei Consigli regionali e provinciali degli Ordini degli Psicologi.
Le  elezioni  sono allineate nelle stesse date, a livello Nazionale, a seguito di  un esplicito  intervento legislativo dal 2005, per facilitare l'operatività del Consiglio Nazionale,  dal momento che il Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Psicologi (CNOP) è composto dall'insieme dei presidenti eletti nelle singole Regioni o Province, quindi è un organo sovraordinato (i Presidenti Regionali confluiscono nel CNOP e a loro volta  eleggono il Presidente e il Direttivo Nazionale).
Prima di tale allineamento, accadeva che per quasi due anni il CNOP fosse praticamente impossibilitato ad operare, perché il ricambio dei Direttivi, a livello Regionale, avvenendo in date diversificate, impediva il rinnovo delle cariche e quindi interferiva pesantemente con il funzionamento dell'Ente, il quale era costretto ad andare avanti con attività ordinaria, senza poter assumere decisioni o indirizzi. Insomma il CNOP era come un lungo serpente, composto dei suoi 22 presidenti Regionali (a loro volta Consiglieri, appunto del CNOP) che cambiavano uno a uno, a distanza di sei mesi, un anno, due anni.
Poi ogni tanto qualche Consiglio regionale veniva commissariato, c'erano problemi di Governance, ed ecco che al ricambio naturale si aggiungevano questi problemi contingenti.
Il legislatore nel 2005, introducendo anche la modifica dovuta all'istituzione del 3+2 (laurea triennale e costituzione dell'albo B, dei dottori in tecniche psicologiche), ha dunque disposto, su richiesta dei rappresentanti degli Ordini  psicologi stessi, questo correttivo, nella speranza di ridurre i tempi morti e di dare al CNOP una maggiore incisività.

In questi giorni, dunque, avrebbero dovuto essere eletti tutti i presidenti Regionali, e alcuni dei presidenti provinciali (quelli delle province autonome di Trento e Bolzano, gli unici Ordini provinciali ad oggi esistenti, dal momento che tutti gli altri Collegi sono attualmente a base regionale).
Invece, in tre Ordini (due regionali e uno provinciale) non è stato raggiunto il Quorum minimo di votanti, e pertanto le elezioni andranno rifatte in primavera.
Già nella scorsa tornata elettorale (2010) il quorum era stato mancato in Emilia Romagna, per cui il Consiglio dell'Emilia risulta oggi in ritardo, e anche per il rinnovo del Consiglio Regionale dell'Emilia, si dovrà aspettare la scadenza del mandato, che - in barba all'intervento del legislatore - cadrà in primavera.
Dunque il "serpente che cambia pelle" torna a ripresentarsi, perché la vita democratica dei Consigli Regionali è difficile, non si riesce a governarla!
Come mai non si raggiunge il quorum. e le elezioni vanno deserte? Come mai si sta affermando questo fenomeno, che già esiste nelle professioni storiche (architetti, avvocati, veterinari, medici) ma che non si presentava nella giovane comunità degli Psicologi?
La legge 56/89 prevede, nella parte che attiene alle regole elettorali,  che vi siano due convocazioni (un po' come con il Condominio!) una prima convocazione prevede un quorum pari a 1/3 degli aventi diritto, mentre in seconda convocazione è sufficiente che votino 1/6 degli aventi diritto, quindi meno di due psicologi su 10, meno del 20%

Il quorum è mancato nel 2010 in Emilia Romagna, regione che aveva già oltre 5.000 iscritti e nel Gennaio scorso è mancato in Lombardia e nel Veneto, che sono Regioni che hanno rispettivamente 16.000 e 9.000 iscritti.

Dunque una prima riflessione va fatta sulle dimensioni di questi bacini, di queste Comunità di professionisti. La Lombardia è un territorio esteso, e a differenza del Lazio (che raccoglie a Roma e Provincia la maggior parte dei professionisti, un buon 50% almeno) è un territorio multicentrico.
L'Ordine, che ha sede a Milano, è visto come distante, poco utile, e comunque non rappresentativo delle effettive istanze di chi abita altrove.
L'iscrizione all'Ordine fra l'altro è obbligatoria per legge, dunque i professionisti sanno che difficilmente il loro voto potrà cambiare di molto le cose: le quote di iscrizione sono obbligatorie, pertanto le politiche fra una Regione e l'altra si differenziano poco, e per lo più dipendono dalle risorse economiche di cui l'Ordine dispone.
Anzi, laddove le politiche si profilano e si differenziano, spesso producono movimenti di protesta, perché di fatto le prerogative che l'Ordine ha per legge sono prerogative per lo più "notarili" (tenuta dell'Albo, revisione e accertamento dei titoli) ovvero di tipo disciplinare.
Quindi quando gli Ordini si spingono a produrre politiche professionali accentuate, producono fughe verso altre realtà; oggi per legge è diventato possibile essere iscritti ovunque, indipendentemente dalla propria residenza. Uno psicologo di Milano può essere iscritto in Sicilia, o in Piemonte, e viceversa. Ma per lo più, siccome molti psicologi non sono a conoscenza di questa possibilità, le politiche aggressive o molto definite, tendono a produrre  allontanamento e disaffezione.
E' quello che probabilmente è accaduto in Lombardia, dove un mix micidiale di condizioni ha determinato il mancato quorum:
- L'unico seggio, presente per legge presso la sede Milanese, scoraggia gli psicologi della provincia a recarsi a votare. Se anche esistono alternative (tipo il voto postale o la possibilità di votare presso i Notai, messi a disposizione gratuitamente in tutti i Capoluoghi di provincia), queste sono molto complicate da adempimenti burocratici - autentica della firma, raccomandata, tempistiche, ecc. - e pertanto i Colleghi della provincia, che già si sentono lontani dalla vita dell'Ordine, che è molto "milanocentrica", in pratica non vanno a voltare.
- L'obbligatorietà dell'iscrizione genera un vissuto di inutilità del voto, dal momento che in un'associazione si sa che le politiche determinano anche la possibilità di reperire soci, quote, ecc., cosa che invece per l'Ordine  non è possibile, e di fatto è pochissimo conosciuta e praticata la possibilità di spostarsi da un Consiglio all'altro.
Del resto, anche spostarsi significherebbe vigilare realmente sulle politiche professionali, ed eventualmente trasferirsi ogni volta che le cose non piacciono più, ma in realtà le politiche degli Ordini sono assai poco percepite come aventi effetti reali sulla professione.
L'elettore, il collega, viene sollecitato sotto elezioni, vengono fatte varie promesse, ma  poi tutto si perde per lo più in una realtà molto omogenea, e di difficile verifica.
Certo gli Ordini più ricchi hanno siti più elaborati, possono organizzare qualche corso o qualche evento, ma spesso sono realtà elefantiache, distanti dagli iscritti e non vissuti come interlocutori utili per i problemi quotidiani della professione.
Gli Ordini piccoli invece hanno siti più spartani, non hanno molte convenzioni, non regalano gadget e non fanno grandi convegni, ma spesso sono più vicini agli iscritti, rispondono al telefono, privilegiano gli incontri e organizzano persino qualche assemblea, cosa evidentemente impensabile per un Ordine di 10.000 o 16.000 iscritti.

Per tutti questi motivi, quindi, si potrebbe riflettere con più attenzione su quanto previsto dalla legge istitutiva, la 56/89, la quale prevede che man mano che gli psicologi aumentano di numero, essi possano organizzarsi in Ordini Provinciali: bastano 200 firme per istituire sedi provinciali.
In Lombardia quindi, ma anche in Veneto, dove pure si dovrà  tornare a votare in primavera perché non si è raggiunto il quorum, e dove il territorio è pure costituito da città ricche di una propria autonomia economica, storica e professionale (Padova, Vicenza, Verona, Venezia, Treviso), potrebbero esserci fra qualche anno non un Ordine Regionale, ma tre o quattro, o anche più Ordini Provinciali. L'Ordine di Bergamo e Brescia, l'Ordine di Lodi e Pavia, l'ordine di Verona e Vicenza, l'Ordine di Padova, ecc.
In questo modo, le quote di iscrizione andrebbero stornate ai Territori, gli Ordini avrebbero meno denaro ma sarebbero in vera concorrenza fra loro.
Se io non mi trovassi bene, infatti, nel mio Ordine territoriale di Milano, perché il Consiglio fa una politica aggressiva contro le scuole di formazione in psicoterapia che formano anche i counselor, ovvero se per altri motivi non mi riconosco nelle politiche del mio Ordine, posso trasferirmi (e trasferire la mia quota) a Brescia, e in questo modo tutto sarebbe  in movimento.
Anche l'eccessiva concentrazione di denaro, infatti, unita ai numeri davvero molto bassi che sono necessari ad eleggere un Consiglio, contribuiscono a trasformare gli Ordini Regonali in autentiche corporazioni, veri e propri trust, che gestiscono denaro e non informano, non restituiscono servizi.
Si parla già infatti, a livello della dirigenza, di chiedere ai Ministeri vigilanti un Decreto che introduca una terza convocazione senza quorum, o con un quorum ancora più basso (uno su dieci elettori).
Dunque, esattamente come nel 2005, la Dirigenza chiede al legislatore un decreto, qualcosa che vada a risolvere "ex lege" un problema di democrazia, che invece attiene al funzionamento intrinseco, al "difetto di fabbrica" degli Ordini professionali.
In quel caso, infatti, si era cercato di rendere meno inutile un CNOP, di fatto in balia delle elezioni regionali e delle diverse politiche locali, problema che oggi si ripresenta inevitabilmente data la cronica disaffezione degli iscritti e i mancati quorum. Oggi ci si rirpova, addirittura andando ad... abolire la democrazia, cioè accettando che realtà che gestiscono milioni di euro, possano essere elette da una manciata di professionisti, vicini alla dirigenza, élite di gradi notabili che di fatto frenano la circolazione e l'intercettazione della domanda sociale, andando semplicemente a riprodurre logiche clientelari.
Oggi quindi la costituzione di Ordini Provinciali costituirebbe un limite, un correttivo, a questa tendenza antidemocratica che inevitabilmente si propaga all'interno delle corporazioni, che di per sé non possono essere democratiche, indipendentemente dall'abolizione delle tariffe minime o dei numeri chiusi.
Si potrebbe obiettare che, in epoca di semplificazione, l'introduzione di Ordini Provinciali sembrerebbe in controtendenza.
Ma in realtà gli Ordini Provinciali si finanzierebbero con le quote sottratte al Consiglio Regionale, e pertanto sul piano economico, l'operazione sarebbe a costo zero, a somma zero.
In più, a livello Nazionale, l'Ordine della Lombardia, che ha in totale 16.000 iscritti, potrebbe pesare politicamente con tre o quattro Presidenti (teoricamente fino a 11) e lo stesso le altre grandi Regioni, mentre oggi il voto della Lombardia, vale nel CNOP quanto quello del Molise o della Valle d'Aosta (che hanno meno di 100 iscritti).
per questi e per molti altri motivi, più di dettaglio, penso che la creazione di Ordini Provinciali potrebbe essere un passaggio che favorisce il processo di superamento del sistema ordinistico, in vista di un ammodernamento generale del mondo della rappresentanza professionale in Italia.

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